domenica 3 aprile 2016

17 Aprile: non sprecare energia!

Il prossimo 17 aprile i cittadini italiani saranno chiamati a votare ad un referendum abrogativo in materia di trivellazioni in mare. E’ un tema su cui c’è molta disinformazione e su cui a mio parere è opportuno cercare di fare una minima chiarezza.

Non si tratta come sostengono i promotori del referendum di un blocco delle trivellazioni in mare e di una occasione di difesa delle acque, delle coste e del nostro patrimonio naturalistico dai rischi dell’inquinamento. La legge italiana è infatti, dopo l’intervento del Governo Renzi, molto più difensiva e restrittiva rispetto alle normative degli altri Paesi europei: la legge di stabilità 2016 ha infatti vietato ogni nuovo rilascio di concessione entro le 12 miglia dalle coste. Attualmente, le concessioni per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi attive in mare sono in tutto 69. Solo 21 di queste si trovano entro le 12 miglia.

Questi impianti, già costruiti e in attività, dovrebbero se vincesse il Si al referendum chiudere prima che la riserva di idrocarburi sia esaurita. Se vincesse il no (o se non si raggiungesse il quorum), questi impianti continuerebbero a funzionare finché il giacimento non è utilizzato completamente, mantenendo posti di lavoro e facendo in modo che impianti già realizzati rendano il più possibile, e verrebbero infine smantellati.

Nessuno parla del tema del lavoro in effetti, ma i sindacati hanno stimato che la chiusura anticipata di quegli impianti causerebbe la perdita di circa 20.000 posti di lavoro, facendo aumentare il tasso di disoccupazione e gravando sulle casse dello Stato, che dovrebbe attivare per chi ha perso l’impiego tutti quegli strumenti di sostegno come gli ammortizzatori sociali.

Ma soprattutto non dimentichiamo che per il nostro Paese, come per tutte le economie occidentali, la disponibilità di fonti energetiche è fondamentale. Proviamo a pensare di quanta energia abbiamo bisogno per ogni piccolo gesto quotidiano, dall’accendere la luce o il pc a caricare il nostro smartphone. Attualmente il nostro Paese dipende principalmente dalle importazioni di energia dall’estero, soprattutto da Paesi non democratici (tutto il Medio Oriente per non parlare della Russia). Cosa ci sarebbe quindi di male a sfruttare quelle disponibilità di energia che il nostro Paese ci offre? E’ molto interessante guardare l’immagine in questa pagina: mostra la piantina delle trivellazioni in Croazia. E’ il mare Adriatico, è un mare che abbiamo in comune con tanti altri Paesi. Secondo i sostenitori del referendum potremmo smettere di estrarre il nostro gas e comprarlo dai nostri dirimpettai. Dimenticando che ogni incidente alle piattaforme estrattive di quei Paesi (peraltro più rari e improbabili di qualsiasi incidente alle navi che trasportano idrocarburi ogni giorno verso i nostri porti) avrebbe impatto sulle nostre coste come se fossero impianti nostri.



Altro tema oggetto di polemica di questi giorni: l’invito fatto dal PD all’astensione, bollato da alcuni partiti (il M5S ha addirittura denunciato il sottosegretario al Lavoro Teresa Bellanova per una sua dichiarazione al riguardo) come illegittimo e penalmente sanzionabile.

Ma votare è sempre un dovere? Secondo quanto dicono i costituzionalisti, sembrerebbe proprio di no. L’appuntamento elettorale del 17 aprile è infatti per un referendum abrogativo, promosso da alcune Regioni italiane per abrogare un provvedimento adottato dal Governo eliminandolo dal nostro ordinamento. Per i referendum è la stessa Costituzione a riconoscere implicitamente il diritto all’astensione prevedendo un quorum di partecipazione per la validità della consultazione (50% degli aventi diritto più uno, quorum non presente in tutte le elezioni politiche o amministrative). L’elettore può quindi assumere tre tipi di scelta: votare, non votare, o astenersi dal votare rifiutando l’invito alla consultazione dei promotori del referendum. Chi non condivide dunque i quesiti può evitare di esprimersi, negando così il proprio apporto al raggiungimento del quorum.


Avendo compiuto 18 anni potrò il prossimo 17 aprile votare, ma ho scelto con consapevolezza di astenermi. Questo perché non credo che questo quesito sia utile, perché penso che si possano gestire anche impianti complessi in sicurezza e nel pieno rispetto dell’ambiente circostante e perché so quanto in questo momento possa essere difficile per dei miei concittadini perdere il lavoro. Sono inoltre convinta che 400 milioni di euro, il costo per lo svolgimento del referendum che per legge non poteva essere realizzato in concomitanza con le prossime elezioni amministrative, avrebbero potuto avere migliore utilizzo viste le tante necessità delle nostre città e dei cittadini bisognosi. Il nostro Paese deve fare uno sforzo, comune a tutto l’Occidente, verso le energie rinnovabili ma questo è un obiettivo che richiede tempi lunghi e una adeguata progettazione, nonché risorse ingenti. Nel frattempo occorre utilizzare il più possibile i nostri giacimenti: non dimentichiamo che la situazione complessa del Medio Oriente è legata a doppio nodo alla gestione dell’oro nero, meno dipenderemo dalle loro forniture e più saremo in grado di togliere loro risorse e combattere la minaccia del terrorismo.

domenica 24 gennaio 2016

Machiavelli: una chiave di lettura sempre attuale

Secondo Machiavelli "gli uomini in universali iudicano più agli occhi che alle mani", ovvero fanno più caso a come le persone vogliono farti apparire piuttosto che giudicare il tuo operato. 

Ma il pregiudizio che si crea su una persona è davvero così forte? Purtroppo si, Machiavelli ha in parte ragione, viviamo in un mondo basato su accuse reciproche, su talk show che ormai invadono i nostri canali televisivi, dove fa più audience una puntata in cui ci si insulta piuttosto che una dove si vogliono affrontare problemi reali. Viviamo in un mondo dove chi va controcorrente viene visto come un estraneo, a volte quasi come un pazzo, e la strada per esprimere le proprie idee e sovrastare il populismo altrui è spesso difficile da percorrere. Spesso accade persino che le accuse verso qualcuno, volte non ad indagare sulla verità, bensì ad infangare il nome della persona a cui si rivolgono, siano più forti della verità stessa.

Prendiamo come esempio un evento di questi ultimi mesi che ha particolarmente scosso i cittadini italiani: il caso di banca Etruria. Un Ministro del nostro Governo è stato accusato di conflitto di interessi in quanto il padre era uno dei vicepresidenti onorari di banca Etruria, attualmente in crisi finanziaria e con pesanti accuse sulle spalle di imbrogli nei confronti dei cittadini in quanto la banca avrebbe spinto i propri correntisti ad investire su titoli poco sicuri.
Proprio per quanto detto sopra la notizia non è stata riportata in modo oggettivo, non è stata riportata la dichiarazione del Ministro che, con prove solide, smentiva ogni accusa sul suo conto (senza contare poi che in Italia non si paga per colpe commesse dai nostri genitori), non si è parlato di quanti tra quei correntisti fossero azionisti esperti che vedendo un titolo su cui facilmente guadagnare hanno consapevolmente deciso di investire, non viene spiegato il motivo per cui il Governo non ha rimborsato coloro che hanno perso i soldi investendo, decidendo invece di salvare i restanti correntisti innocenti e migliaia di posti di lavoro non facendo chiudere la banca. Questo non viene detto perché non fa audience, non è uno scandalo. I giornali di quei giorni parlavano di "dovute dimissioni per conflitto di interessi", di anziani truffati che avendo perso tutti i loro risparmi avevano scelto la strada del suicidio, di un Governo troppo attaccato alle banche e troppo poco ai cittadini. E la maggior parte della popolazione ha creduto a tutto questo perché come dice Machiavelli "non ardiscono opporsi alla opinione di molti", pensando che quando un pensiero è condiviso fra tanti è automaticamente vero, senza capire che giornali e televisioni sfruttano proprio questa nostra convinzione per farci credere ciò che vogliono.

Ma la democrazia e la libertà di espressione non avrebbero dovuto, almeno in parte, arginare un simile comportamento? Purtroppo no, gli stessi giornali che leggiamo esprimono sempre di più l'opinione personale di chi scrive, così che diventa sempre più difficile capire davvero cosa sta accadendo, senza parlare poi dei titoli distorti che vengono utilizzati che sconvolgono quasi completamente il senso dell'intero articolo.

Secondo me ci si disaffeziona dalla politica proprio per questo; come può un ragazzo della mia età decidere di avvicinarsi ed impegnarsi in un mondo dove valgono più le distorsioni della realtà e gli insulti, piuttosto che la verità e l'impegno per cambiare qualcosa? Forse dovremmo cambiare, dovremmo far comprendere ai nostri cittadini che non è così, che non fa tutto schifo come vogliono farci credere, che non siamo un popolo incapace di pensare con le nostre teste, che siamo in grado di opporci quando non condividiamo un pensiero, che c'è qualcosa di bello nel nostro paese di cui essere orgogliosi e per cui lottare.

Non è dunque secondo voi il tempo di cambiare?

giovedì 7 gennaio 2016

Il mestiere del giornalista tra antichi pericoli e sfide future

Ogni anno a febbraio Reporter sans frontières stila la classifica della libertà di stampa a livello mondiale. Il rapporto 2015 fotografava una realtà preoccupante: minacce, aggressioni fisiche, incriminazioni a vario titolo avevano reso la vita particolarmente difficile ai giornalisti. Come sempre la situazione appariva particolarmente virtuosa nei Paesi del nord Europa mentre continuava a peggiorare in Russia e in Cina. L’Italia non è in una posizione di cui vantarsi: 73° posto in classifica, vicino al Nicaragua.

Aspettiamo dunque di vedere tra circa un mese se e come la situazione del nostro Paese è cambiata.

È chiaro che una classifica che prende in considerazione tanti indici diversi finisce per fornire un quadro che sicuramente non è completamente attendibile. I problemi in Italia sono le intimidazioni e la tendenza della classe politica a denunciare per danni giornalisti che scrivono articoli scomodi, tutto preoccupante per una democrazia come la nostra ma sicuramente non paragonabile a Paesi dove i giornalisti rischiano quotidianamente la vita.

Ci sono stati anche in Italia anni in cui la professione di giornalista, in particolar modo d’inchiesta su fenomeni mafiosi o malavitosi, è stata particolarmente pericolosa. Molti sono stati i giornalisti che hanno perso la vita per la passione che mettevano nel loro lavoro: Giancarlo Siani a Napoli, Mauro Rostagno in Sicilia, Walter Tobagi a Milano, lo stesso Peppino Impastato, la cui storia è magistralmente ricordata nel film I cento passi.

Sono tragedie che ci siamo fortunatamente lasciati alle spalle, ma che invece riguardano ancora oggi Paesi che sono nostri partner politici e commerciali, con cui intratteniamo relazioni diplomatiche, come la Russia e la Cina già citate o che addirittura, come la Turchia, hanno intrapreso un percorso di avvicinamento all’Unione europea.

In Russia la situazione si è aggravata a partire dagli anni ’90. Su Wikipedia esiste la pagina “Lista di giornalisti uccisi in Russia”, il che è già di per sé significativo. Scorrendo la pagina si comprende come al di là della rilevanza mondiale del caso dell’uccisione di  Anna Politkovskaja nel 2006, la situazione sia ormai fuori controllo: 165 omicidi e solo 50 processi. Un fenomeno quasi impunito e anche accettato dalla società russa. Nella Turchia di Erdogan, ormai lontana anni luce dalla modernità e dalla laicità del grande  Atatürk, è molto facile per un giornalista d’opposizione che abbia un minimo di senso critico verso il governo ritrovarsi in prigione, con una totale negazione dei diritti civili e umani. Per quanto riguarda la Cina, basta questo dato a rendere la situazione: un quarto dei giornalisti in prigione a livello mondiale è in Cina e sono frequentissime le espulsioni di giornalisti stranieri i cui contributi non sono graditi al regime.

Tornando alla situazione italiana, in attesa di leggere il prossimo rapporto di Reporter sans frontières, dobbiamo dunque preoccuparci? Personalmente non credo. La sensazione è che anzi il giornalismo abbia perso molto del suo valore e che abbia intrapreso da parecchi anni una china discendente. Molti parlano in un certo senso di decadenza del giornalismo italiano. Molto dipende dal progressivo abbandono della carta stampata a favore dell’informazione su web, che impone tempi diversi e anche una sorta di continua ricerca al click che favorisce titoli e contenuti sensazionali o  buffi a scapito delle inchieste o dei contenuti che spingono alla riflessione. La televisione dal suo canto non sta meglio: i dibattiti politici sono sempre più delle piccole arene, dove gli ospiti si parlano (o meglio si urlano) addosso e dove tra attacchi personali, battute e disinformazione, è praticamente impossibile ascoltare qualcosa di interessante.

L’ultima spiaggia del giornalismo d’inchiesta di qualità sembrava Report. Uso volontariamente il verbo al passato perché anche su questa trasmissione abbiamo nelle ultime settimane scoperto qualcosa di interessante. A dicembre, infatti, Milena Gabanelli ha dedicato una puntata al colosso energetico Eni, cercando di ricostruire il percorso di quella che si sospetta essere una delle più grosse tangenti mai pagate al mondo. Si tratta di circa un miliardo di dollari che l’Eni avrebbe sborsato per l'acquisto della licenza per sondare i fondali marini del blocco petrolifero denominato Opl245 in Nigeria. Eni era stata invitata a controbattere alla ricostruzione di Report attraverso interviste chiuse che, secondo l’azienda, sono state riportate solo parzialmente e montate per sostenere l’impianto accusatorio dell’inchiesta ancora in corso. Report quindi opererebbe non già partendo da un argomento per arrivare ad una tesi, ma partendo da una tesi e selezionando e manipolando i contenuti in modo da avvalorare la tesi stessa. Eni, in seguito, ha deciso di rispondere al programma non con un classico comunicato stampa di smentita successiva ma con una controffensiva in tempo reale su twitter che - linkando a documenti, cifre, comunicati su internet – ha smontato punto per punto la tesi di Report. Molti hanno parlato di una nuova frontiera di social tv.  

In un mondo di comunicazione multimediale sarà sempre più difficile per gli utenti costruirsi una propria opinione critica sui fatti e sarà sempre più difficile per i giornalisti costruirsi un ruolo credibile in grado di stare al passo con i tempi. In un contesto dove la qualità del giornalismo cala, la pluralità delle fonti rischia di disorientare il cittadino medio verso fonti errate e semplicistiche, talvolta complottistiche, anziché aumentare la sua consapevolezza. Per questo il compito odierno dei (veri) giornalisti è particolarmente complesso: recuperare un ruolo all'interno di questo quadro confuso e complesso.

La sfida del giornalismo del futuro non sarà dunque solo la libertà di stampa ma anche e soprattutto la capacità di incidere sulle coscienze dei lettori.



mercoledì 16 dicembre 2015

Un grande traguardo: siamo 20.000!

Ciao ragazzi, vi scrivo per ringraziarvi davvero di cuore per avermi sempre sostenuto e seguito fin dalla nascita di questo blog che risale a cinque (è davvero tantissimo tempo) anni fa. Sin dall'apertura di questo blog ho iniziato a vedervi crescere ed ho sempre voluto condividere con voi con sincerità i miei pensieri, le mie esperienze, i viaggi fatti o la partecipazione a qualche iniziativa interessante, e dopo cinque anni vedo un traguardo che per me è davvero enorme, ed è per questo che ve ne sono grata.

Non so quanti di voi sappiano davvero com'è nato questo blog, e quindi ho deciso di raccontarvelo brevemente (sperando di non farvi addormentare).
Ero in terza media, la mia scuola, in particolare la mia classe, è sempra stata particolare, perché il governo italiano decise nel 2009 di selezionare tre classi delle scuole medie d'Italia e di finanziare un progetto che le avrebbe trasformate in "classi 2.0". Il progetto prevedeva di sperimentare un nuovo metodo d'insegnamento, dove si diceva addio ai buoni vecchi e cari gessetti e si dava il benvenuto alla splendida lavagna interattiva; si diceva addio ai pesanti libri di testo e quaderni e si dava il benvenuto a tanti piccoli computer che sarebbero stati per i 3 anni successivi i nostri unici strumenti di lavoro. 
Era divertente devo ammetterlo, temi scritti al computer, geometria su geogebra, programmazione e creazione di piccoli cartoni animati, mappe concettuali, schermi touch, allenamento ai test invalsi, siti di giochi matematici, e molto altro. Devo anche dire però che quest'esperienza non è stata totalmente positiva, in quanto una volta iniziato il liceo non ero più abituata a scrivere e a studiare sui libri, ed ho fatto molta fatica per abituarmi di nuovo.
L'esperienza di per se ha però portato grandi risultati! Siamo stati infatti premiati all'ISTAT in quanto la nostra classe (tra le tre che erano state selezionate) si è dimostrata la più brava a portare avanti questo progetto. 

Ed ora arriviamo alla creazione del blog: in terza media, la nostra classe come tesina per l'esame avrebbe dovuto portare un blog creato all'inizio dell'anno con tutti i lavori fatti durante l'anno, e fu in quel momento che creai il blog (se volete vedere la prima cosa postata sul blog, cliccate sul link: primo post del blog). :)

Ancora grazie, cercherò sempre di pubblicare con costanza articoli che reputo interessanti per me e per voi, siete tantissimi!

Arianna

giovedì 19 novembre 2015

"Non avrete il mio odio" la lettera che commuove il mondo

Le strazianti e sagge parole del signor Antoine Leiris con cui si è rivolto ai terroristi che la sera del 13 novembre hanno ucciso sua moglie. Questa è a mio parere la lettera più bella che abbia mai letto, e allo stesso tempo l'arma più forte per sconfiggere chi sparge terrore. 
E' ormai abbastanza famosa sul web, ma se qualcuno ancora non l'ha letta il mio invito è di farlo, ne vale davvero la pena.

«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.  

L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».



martedì 17 novembre 2015

#PrayfortheWorld

E' da giorni che cerco le parole migliori per esprimere quello che penso, ma sono arrivata alla conclusione che la cosa migliore è parlare a cuore aperto, senza filtri, e dire ciò che si pensa, senza la paura che possa risultare banale, con la premessa che qualsiasi pensiero venga dal cuore è puro e indiscutibile.

Quello che sta accadendo questi giorni è indescrivibile: poveri innocenti sono morti, senza una colpa. Il loro futuro è stato interrotto da fanatici che tutto sono tranne che "predicatori" della loro religione, tranne che "martiri", perché nessun Dio permetterebbe che a qualcuno venga interrotto così brutalmente il proprio futuro. Io non mi sto rivolgendo a nessuno, sto solo interrogando me stessa, perché davvero non riesco a capire, e sono felice di non riuscire a farlo; tutti gli opinionisti che hanno esattamente chiaro ciò che queste persone vogliono, come andrà a finire e qual è la cosa migliore da fare, davvero? Che invidia, perché io davvero non lo so. Io so solo che ieri leggevo sul giornale le parole di una ragazza di diciotto anni che quella sera si trovava al Bataclan e che mentre ballava spensierata ha sentito dei colpi, degli spari, che inizialmente credeva fossero innovativi effetti speciali organizzati dalla band che stava tranquillamente suonando, e solo dopo aver visto i suoi amici, le persone che le stavano accanto morirle davanti si è resa conto che tutto erano tranne che effetti speciali. Quella ragazza, che per questa cosa sarà segnata per tutta la vita, quella sera, quella sera interminabile, fuori dal tempo e dalla ragione, fuori dal buonsenso umano e da qualsiasi ideologia religiosa, è rimasta a terra ferma fingendo di essere morta, pregando di poter vivere, di potersi svegliare la mattina dopo, di poter continuare a mettere i mattoncini per costruire quel bel futuro che tanto voleva avere. Quella ragazza ha visto morire davanti ai suoi occhi, madri, padri, figli, amici, mariti, fidanzati, medici, avvocati, studenti, artisti, persone. Persone. Persone a cui è stata brutalmente strappata via la libertà che quegli stessi che gliel'hanno tolta tanto ci invidiano, quella libertà che mai avranno, quella sensazione di poter valere qualcosa, di poter essere qualcuno che mai proveranno. 

Dicono di essere martiri, che farsi esplodere in mezzo a tanti futuri, a tante vite, significa essere martiri. Ma davvero? I martiri quella sera sono tutte quelle povere persone che erano lì in tranquillità, che stavano vivendo la propria vita senza disturbare nessuno, quelli sono martiri, quelli meritano di essere chiamati eroi per il semplice fatto di non essere mai stati dei fanatici, per il semplice fatto che quella sera erano lì a divertirsi, ad osservare quanto la vita sia bella, si, al di là di una massa di fanatici che cerca di rovinarcela e di farci cambiare idea.

Io sono una studentessa, non sono nessuno, queste mie parole non hanno importanza, questo è solo un blog e questo è un post che magari non leggerà nessuno, ma io davvero non ce la faccio, non tollero di vedere tra i miei coetanei questa paura che cresce nei loro occhi, questa paura di uscire di casa e andare a fare una passeggiata per il centro, questa paura di andare a teatro, ad un concerto, in discoteca o al cinema. 

No, io ve ne prego, noi siamo il futuro, sta a noi combatterli ed il modo migliore in cui possiamo farlo è solo continuare ad essere come siamo sempre stati, continuare a lavorare duramente per diventare ciò che abbiamo sempre sognato. Noi non possiamo permetter loro di rubarci questa libertà che con fatica abbiamo ottenuto.

L'amore è l'unica cosa che deve rimanerci in mente mentre osserviamo queste tremende notizie, queste tremende immagini, dico l'amore perché noi dobbiamo amare ogni singolo giorno il nostro paese, oggi ancora di più, dobbiamo amare il nostro mondo, dobbiamo proteggerlo, non dobbiamo permettere a queste persone di cambiarci, di terrorizzarci, noi siamo quello che siamo, siamo cittadini liberi, questa libertà non potrà mai togliercela nessuno.

Amate ragazzi, amiamo il nostro paese, il nostro mondo, diffondiamo questo messaggio di amore a tutti, affinché cose simili in futuro possano non accadere mai più.



domenica 15 novembre 2015

E' il tempo di cambiare

Era il 1990, mancavano otto anni alla mia nascita, mia madre era al suo primo anno di università e non aveva ancora incontrato mio padre, Antonio Ruberti (Ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica con il Governo Andreotti) promuoveva la riforma del sistema universitario che avrebbe preso il suo nome, negli atenei italiani scoppiava la rivolta, intere facoltà venivano occupate, la rivolta si estendeva anche ai licei di tutta Italia per solidarietà, nasceva un movimento chiamato “la pantera”. Vi interessa sapere com’è andata a finire? Probabilmente riuscireste ad indovinare anche senza ascoltare i racconti di chi c’era in quei momenti. Il Governo introdusse qualche emendamento che poco spostava della riforma (un generico obbligo di consultazione non vincolante degli studenti), ed approvò la riforma, gli studenti si resero conto della difficoltà di mantenere occupate le Università, alcune vennero liberate dalle forze dell’ordine, in altre vennero riprese pian piano le lezioni…

E’ forse questo il momento della storia delle proteste studentesche che tanto avevano mosso in termini di movimento di opinione negli anni ’70 e ’80 in cui ci si rese conto per la prima volta di quanto il mondo stesse cambiando e di quanto ci fosse anche bisogno di innovare il senso della partecipazione, soprattutto di noi ragazzi.
Il mondo in questi 25 anni è cambiato tantissimo, e la generazione dei nostri genitori è forse quella che meglio sa raccontare questo percorso. La politica è caduta con Mani Pulite, ha cercato di rialzarsi, ha provato ad innovare, a scendere di nuovo nei territori, ha visto il nascere di movimenti populisti e demagogici, ha sopportato decenni di berlusconismo, ha perso ma continua a combattere la battaglia della corruzione diffusa tra le sue file… Anche la comunicazione è cambiata, ed ha essa stesso influenzato pesantemente il modo di fare politica. Il web, i social network, i nostri smartphone, la comunicazione virale che porta immediatamente a disposizione di chiunque e ovunque qualsiasi notizia hanno messo ciascuno di noi al centro del mondo. Ci permettono di conoscere ma ci pongono ogni giorno la sfida del controllo sulla veridicità dell’informazione, sfida che pochi sono disponibili a cogliere visto il numero stratosferico di bufale e di contenuti disinformativi che continuano a circolare spesso anche sui nostri profili. I nuovi leader politici hanno scelto come cavalcare questo cambiamento: chi comunica costantemente i passi avanti fatti nel proprio mandato (come il Presidente del Lazio Zingaretti), chi come il nostro Premier Renzi prova a trasmettere una visione, un sogno, la fiducia in una nuova Italia possibile, l’orgoglio di essere parte di un progetto, chi come il Movimento 5 Stelle o la Lega punta a fomentare l’odio, la contrapposizione, la chiusura. 
Eppure se ci guardiamo indietro c’è una cosa che sembra non sia cambiata, che si trascina indenne ed immutata nel corso degli anni trasformandoci in perfetti replicanti di quello che erano i nostri genitori, in un altro mondo, in un’altra storia. L’autunno è ormai inoltrato, si avvicinano i mesi invernali e ritorna prepotente sulla bocca di tutti la parola occupazione. Si occupa sempre e comunque: contro la riforma della scuola del momento, per solidarietà con i  lavoratori per il jobs act come lo scorso anno, per protesta contro una qualche scelta del corpo docente. L’importante è protestare, è la protesta stessa il fulcro della questione.

Esprimo ovviamente una mia opinione personale: a mio avviso questo non è più il tempo della protesta. E’ il tempo di comprendere, è il tempo di metterci in gioco, è il tempo di partecipare attivamente cogliendo gli strumenti che abbiamo anche alla nostra età. E’ tempo di crearsi una propria opinione critica che non può basarsi solo su uno dei racconti che circolano sulla riforma de La buona scuola. Una riforma che può lecitamente non piacere, a patto che se ne comprenda prima il merito e il metodo, che qualcuno ci racconti che è stata la prima riforma partecipata della storia della scuola, fatta di centinaia di incontri sui territori e nelle scuole con più di 200.000 partecipanti, di una piattaforma online apposita in cui si è svolto un dibattito online con 207.000 partecipanti, 1.300.000 accessi per consultare i documenti, 5.000 e-mail di proposte ricevute ed analizzate. Una riforma che non può essere perfetta ma che dovremmo provare a cambiare dopo aver visto quanto meno un periodo di prima applicazione.
E’ tempo di rendersi conto del privilegio di studiare in una scuola come la nostra, di provare l’orgoglio misto a vergogna che ha sentito una giovane studentessa alcuni giorni fa mentre era seduta a fare anticamera davanti l’ufficio del Sottosegretario all’Istruzione, mentre guardava il via vai di Presidi da tutta Italia ed ascoltava le loro storie fatte di soffitti crollati, aule inagibili, materiali inesistenti, tessuti sociali difficili.

E’ tempo di mostrare che finalmente la nostra generazione vuole compiere un salto in avanti: dalla protesta alla partecipazione e alla proposta. E’ facile, non cambiamo neanche l’iniziale….