Il prossimo 17 aprile i cittadini italiani saranno chiamati
a votare ad un referendum abrogativo in materia di trivellazioni in mare. E’ un
tema su cui c’è molta disinformazione e su cui a mio parere è opportuno cercare
di fare una minima chiarezza.
Non si tratta come sostengono i
promotori del referendum di un blocco delle trivellazioni in mare e di una
occasione di difesa delle acque, delle coste e del nostro patrimonio
naturalistico dai rischi dell’inquinamento. La legge italiana è infatti, dopo l’intervento
del Governo Renzi, molto più difensiva e restrittiva rispetto alle normative
degli altri Paesi europei: la legge di stabilità 2016 ha infatti vietato ogni
nuovo rilascio di concessione entro le 12 miglia dalle coste. Attualmente, le
concessioni per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi attive in mare sono in
tutto 69. Solo 21 di queste si trovano entro le 12 miglia.
Questi impianti, già costruiti e
in attività, dovrebbero se vincesse il Si al referendum chiudere prima che la
riserva di idrocarburi sia esaurita. Se vincesse il no (o se non si
raggiungesse il quorum), questi impianti continuerebbero a funzionare finché il
giacimento non è utilizzato completamente, mantenendo posti di lavoro e facendo
in modo che impianti già realizzati rendano il più possibile, e verrebbero
infine smantellati.
Nessuno parla del tema del lavoro
in effetti, ma i sindacati hanno stimato che la chiusura anticipata di quegli
impianti causerebbe la perdita di circa 20.000 posti di lavoro, facendo
aumentare il tasso di disoccupazione e gravando sulle casse dello Stato, che
dovrebbe attivare per chi ha perso l’impiego tutti quegli strumenti di sostegno
come gli ammortizzatori sociali.
Ma soprattutto non dimentichiamo
che per il nostro Paese, come per tutte le economie occidentali, la
disponibilità di fonti energetiche è fondamentale. Proviamo a pensare di quanta
energia abbiamo bisogno per ogni piccolo gesto quotidiano, dall’accendere la
luce o il pc a caricare il nostro smartphone. Attualmente il nostro Paese
dipende principalmente dalle importazioni di energia dall’estero, soprattutto da
Paesi non democratici (tutto il Medio Oriente per non parlare della Russia).
Cosa ci sarebbe quindi di male a sfruttare quelle disponibilità di energia che
il nostro Paese ci offre? E’ molto interessante guardare l’immagine in questa
pagina: mostra la piantina delle trivellazioni in Croazia. E’ il mare
Adriatico, è un mare che abbiamo in comune con tanti altri Paesi. Secondo i
sostenitori del referendum potremmo smettere di estrarre il nostro gas e comprarlo
dai nostri dirimpettai. Dimenticando che ogni incidente alle piattaforme
estrattive di quei Paesi (peraltro più rari e improbabili di qualsiasi
incidente alle navi che trasportano idrocarburi ogni giorno verso i nostri
porti) avrebbe impatto sulle nostre coste come se fossero impianti nostri.
Altro tema oggetto di polemica di
questi giorni: l’invito fatto dal PD all’astensione, bollato da alcuni partiti
(il M5S ha addirittura denunciato il sottosegretario al Lavoro Teresa Bellanova
per una sua dichiarazione al riguardo) come illegittimo e penalmente
sanzionabile.
Ma votare è sempre un dovere?
Secondo quanto dicono i costituzionalisti, sembrerebbe proprio di no. L’appuntamento
elettorale del 17 aprile è infatti per un referendum abrogativo, promosso da
alcune Regioni italiane per abrogare un provvedimento adottato dal Governo
eliminandolo dal nostro ordinamento. Per i referendum è la stessa Costituzione
a riconoscere implicitamente il diritto all’astensione prevedendo un quorum di
partecipazione per la validità della consultazione (50% degli aventi diritto
più uno, quorum non presente in tutte le elezioni politiche o amministrative). L’elettore
può quindi assumere tre tipi di scelta: votare, non votare, o astenersi dal votare
rifiutando l’invito alla consultazione dei promotori del referendum. Chi non
condivide dunque i quesiti può evitare di esprimersi, negando così il proprio apporto
al raggiungimento del quorum.
Avendo compiuto 18 anni potrò il
prossimo 17 aprile votare, ma ho scelto con consapevolezza di astenermi. Questo
perché non credo che questo quesito sia utile, perché penso che si possano
gestire anche impianti complessi in sicurezza e nel pieno rispetto dell’ambiente
circostante e perché so quanto in questo momento possa essere difficile per dei
miei concittadini perdere il lavoro. Sono inoltre convinta che 400 milioni di
euro, il costo per lo svolgimento del referendum che per legge non poteva
essere realizzato in concomitanza con le prossime elezioni amministrative,
avrebbero potuto avere migliore utilizzo viste le tante necessità delle nostre
città e dei cittadini bisognosi. Il nostro Paese deve fare uno sforzo, comune a
tutto l’Occidente, verso le energie rinnovabili ma questo è un obiettivo che
richiede tempi lunghi e una adeguata progettazione, nonché risorse ingenti. Nel
frattempo occorre utilizzare il più possibile i nostri giacimenti: non
dimentichiamo che la situazione complessa del Medio Oriente è legata a doppio
nodo alla gestione dell’oro nero, meno dipenderemo dalle loro forniture e più
saremo in grado di togliere loro risorse e combattere la minaccia del
terrorismo.